Per andare in Molise, partendo da Roma, bisogna capire che si viaggia in un’altra dimensione. Il treno, una vecchia gloria ALn 668, aspetta, con il motore diesel acceso al binario. Bisogna camminare, sui marciapiedi di Termini per arrivare al 20bis, guardando i treni veloci, frecce e interregionali che partono e arrivano: nessuno di questi prenderà la via del Molise, per Isernia e Campobasso, perché qui la linea elettrificata non è mai stata completata. Se è un bis significherà pur qualcosa e bisogna adeguare il modo di pensare e di immaginare il viaggio che attende.

Si parte e si viaggia costeggiando paesaggi di una bellezza struggente: gli acquedotti di Roma, il parco dell’Appia antica, gli scenari della grande bellezza che qui diventano un panorama da ammirare dai finestrini, con i colori e l’emozione di uno spettacolo unico al mondo. Poi, via via, il treno sale per allontanarsi dalla Capitale, passando tra boschi, orti e vigneti. Poche fermate, solo Cassino e Venafro. Un viaggio breve, tutto sommato, due ore per raggiungere Isernia.

Non c’è l’aria condizionata, non c’è il WI-FI e neppure la presa per ricaricare il cellulare: le comodità normali alle quali siamo abituati sugli altri treni qui sono ancora un desiderio: l’aria è quella dei finestrini e il ruggito della motrice diventa la colonna sonora per affrontare il viaggio.

È proprio vero che il treno è il mezzo migliore per viaggiare e riflettere sul viaggio stesso: poco meno di duecento chilometri e la distanza diventa un pezzo di storia dell’Italia. Di province dimenticate, di un Sud dove i treni sono il collegamento un po’ lento un po’ marginale, riservato a chi l’auto non la usa o non può usarla.

Il treno non è mai un luogo banale, si parla, si guarda, ci si distrae e si pensa, guardando quei paesaggi che scorrono dietro ai finestrini, talvolta così veloci da non riuscire a intercettare il nome della stazione, scritto nei cartelli blu tra i binari.

Cassino, l’Abbazia, i binari che, poco a poco, diventano sempre più arditi, con gallerie e viadotti, segno di un’epoca che non c’è più: tra una stazione e l’altra si scorge l’Italia che c’era. I caselli con i passaggi a livello non più sorvegliati, le stazioni chiuse e “impresenziate”, capannoni abbandonati: si respira l’aria della dismissione di un patrimonio collettivo che è fatto non solo di infrastrutture materiali ma di relazioni e condivisioni.

Il treno va e sfoga la potenza del motore per dimostrare di essere ancora il collegamento con una regione che vuol resistere. Una regione dove, nonostante tutto, c’è chi tenta di restare attaccato all’identità culturale che contraddistingue queste terre: sembra strano, nell’Italia del 2016, dell’Alta velocità e degli svincoli autostradali, di trovarsi, improvvisamente, in un mondo a parte, che, ricalcando una frase che ha fatto il giro della rete, ci porta nel “Molise, la regione che non esiste”.

Esiste, e come se esiste! I binari portano laddove non si immagina, con lo snodo di Carpinone che collega la ferrovia in direzione Sulmona e Pescara. Esiste nella bellezza del sito archeologico di Pietrabbondante, esiste nei panorami di montagne e tratturi, esiste nell’atmosfera di paesaggi che sembrano attendere che il tempo trascorra per lasciare tutto immutato. Boschi, paesi piccoli e integri, profumo di camino e colori, all’orizzonte, che fanno intravedere le cime innevate. Si vorrebbe immaginare un futuro diverso, investendo nelle ferrovie turistiche e nella possibilità di scoprire una regione bella, ricca e affascinante ma, fino a oggi, dimenticata e trascurata: il treno, da Roma, potrebbe diventare la “freccia del Sannio”, per compiere viaggi nella storia e nella cultura di queste zone. Due ore, un po’ più confortevoli, per scoprire un patrimonio collettivo che conserva le tracce del passato e la bellezza dell’attuale tra teatri, tempi, castelli e foreste, dove incontrare la cultura dell’ospitalità e della transumanza.

Il treno riparte, dalla stazione di Isernia, lasciando nello sguardo la melanconia di un viaggio verso destinazioni lontane, che conducono fuori da questi paesaggi, con la ALn668 che ritorna a Roma, approdando al binario 20bis, in una stazione distratta, che neanche si accorge del treno arrivato dal Molise.

 

Pubblicato il: 26 Mag, 2016 su laStampa.it