Ripercorro, con la mente, i luoghi che ho visitato: ricordo il viso di chi mi ha accompagnato nella scoperta, riascolto le parole che hanno ricostruito pezzi di memoria. Viaggi naturali è stata l’occasione per iniziare un percorso, lungo sentieri che portano lontano, tra montagne e boschi, a contatto con la bellezza e con il silenzio.

Le malghe della Carnia, i sentieri della Lunigiana, i boschi dell’Abruzzo, le stradine che attraversano il Cilento, le piccole ferrovie che percorrono il Salento, i paesaggi nuragici della Marmilla, lo sguardo verso il mare dalle montagne dell’Ogliastra, i vigneti eroici delle Cinque Terre, i pascoli dell’Appennino e le valli da pesca del Delta del Po, il Cammino naturale dei parchi,  … . Ogni volta è un incontro con un’Italia piccola e fragile, che rischia di essere lasciata sola.

Il silenzio non deve significare abbandono: questi luoghi, questi borghi non possono essere dimenticati. Le difficoltà di immaginare il futuro delle aree interne può rappresentare, per davvero, lo scenario per disegnare una strategia fondata sul patrimonio culturale, sul patrimonio naturale e sulla manutenzione dei sistemi naturali. Un’altra idea di Sud, un altro modello di sviluppo che non sia vincolato alla “valorizzazione” ma sia in grado di utilizzare i termini “manutenzione”, “cura”, “lungimiranza”.

Aree interne, aree fragili che non devono diventare il luogo della dimenticanza ma il terreno del Buon governo, della custodia del bene comune, della manutenzione e della cura costante. Il portone rubato ad Aielli, nella foto che apre questa riflessione, deve rappresentare un monito, una ferita che riguarda ciascuno di noi, perché quelle pietre divelte hanno voce e chiedono la nostra attenzione.

Una ricerca sul campo, curata da Rita Salvatore ed Emilio Chiodo, sul valore delle aree fragili, in particolare sulle caratteristiche di Civitella Alfedena, nel Parco nazionale d’Abruzzo, è stata l’occasione per compiere alcune riflessioni sul ruolo delle comunità locali e dei modelli di turismo sostenibile – qui la recensione pubblicata su Il Lavoro culturale.